Maria Grazia Lenni…Poliziana di nascita, maremmana di… adorazione!

Sono giornalista pubblicista e mi occupo di ricerca storica con particolare interesse per la cultura e le tradizioni maremmane. Laureata in Scienze Politiche e in Storia Moderna, ho completato il corso quadriennale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose e proseguo gli studi teologici, pur lottando per non conseguire una laurea anche in questa disciplina. Comunicatrice ambientale dal 1998, ho partecipato alla pubblicazione di guide turistiche della provincia di Grosseto. Collaboro con il mensile Maremma Magazine, un periodico di informazioni turistiche e culturali, e dirigo Val d'Orcia Terra d’eccellenza, una rivista che si occupa di arte, cultura e benessere nella valle senese patrimonio dell’UNESCO. Ho curato i testi dell’opuscolo informativo - Un Ministero per l'Ambiente - del Ministero dell'Ambiente.

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Leonardo Ximenes e la “Casa Rossa”, storia di una bonifica… fallita!

di Maria Grazia Lenni 
Un’opera di grande ingegno costruita per regolare il deflusso delle acque del lago.
Ingegnere, gesuita, insegnante, matematico e cartografo, Leonardo Ximenes lega il suo nome alla costruzione della Casa Rossa, imponente costruzione detta anche “fabbrica delle cateratte” con la quale tentò, senza riuscirci di bonificare il padule di Castiglione della Pescaia

“Si dice che una volta il vecchio Ombrone/ Così dicesse al suo Real Padrone:/ Pria che le terre mie fosser toccate/ Ci regnavano le febbri nell’estate/ Ma coi vostri lavori a quel che scerno/ Non si campa d’estate né d’inverno”. Una polemica tutt’altro che velata, che l’anonimo autore della poesia satirica sopra riportata rivolge al Granduca, per la spaventosa lentezza con cui si poneva mano ai lavori di bonifica e di irreggimentazione delle pericolose acque del fiume Ombrone, che con le sue piene periodiche gettava nel più completo scompiglio le coltivazioni e la popolazione residente. Quando furono scritti questi versi, nel 1842, la “cura” per l’eliminazione delle acque stagnanti e per il debellamento della malaria era storia già vecchia, in Maremma. Una storia per la quale, tuttavia, nessuno era ancora riuscito a trovare un degno finale, neppure Canapone, che già dal 1824 dedicava impegno e copiose risorse economiche per realizzare il grandioso e generoso progetto di far rivivere la tanto amata Maremma. La bonifica delle paludi maremmane aveva coinvolto tutti i passati governi della Toscana, ma scarsi erano stati i risultati, malgrado le ingenti spese sostenute. Prima di lui, del resto, solo il nonno Pietro Leopoldo, salito al trono granducale appena diciottenne, dopo l’estinzione del casato dei Medici, nel 1765, aveva dato un forte impulso ai lavori per la bonifica. Il giovane granduca era ben consapevole che un profondo risanamento dei terreni sarebbe stato il primo passo per riportare la vita nelle ormai spopolate campagne maremmane. Era d’altronde altrettanto convinto della necessità di liberare la provincia di Grosseto dall’influenza negativa del governo di Siena e perciò attuò subito un provvedimento radicale e coraggioso e iniziando, nel 1766, il procedimento per rendere il comprensorio grossetano autonomo rispetto al governo senese, “il che fece molto bene alla Maremma”. L’anno successivo iniziarono i lavori di risanamento del “Lago di Castiglioni”, affidati al gesuita Leonardo Ximenes, che già aveva partecipato ai sopralluoghi per verificare la tipologia degli interventi necessari e il piano secondo cui attuarli. Per ironia della sorte, le prime ispezioni avvennero nel 1758, proprio l’anno in cui una piena eccezionale dell’Ombrone mise in ginocchio la comunità castiglionese. Lo Ximenes, noto a tutti come l’abate fiorentino, era in realtà siciliano, essendo nato a Trapani nel 1716. Dopo gli studi, compiuti nella sua città natale e poi a Roma, entrò definitivamente nell’ordine della Compagnia di Gesù. Nel 1748 si trasferì a Firenze in qualità di insegnante di matematica presso una nobile famiglia del luogo. La considerazione che si procurò attraverso la pubblicazione dei primi saggi, gli valse incarichi governativi come cartografo e matematico, e nel 1756 cominciò ad occuparsi dell’attività di bonifica nel Granducato, un interesse che subito si rivolse in maniera quasi esclusiva al progetto di risanamento della pianura grossetana. I “lavori idraulici” del marchese Ximenes, a cui nel 1766 fu conferita la grande onorificenza di “matematico granducale”, proseguirono per “parecchi anni d’inverno” e consistettero tra l’altro nella riparazione delle rotture presenti lungo gli argini dell’Ombrone e nell’escavazione di canali di scolo, al fine di facilitare il deflusso delle acque. La determinazione con cui si prodigò per la “fisica riduzione della maremma senese” e la convinzione della bontà dei suoi presupposti scientifici procurarono grande fama e grandi delusioni al “molto reverendo” padre Leonardo Ximenes. Luci ed ombre si alternano infatti sulle sue attività, che partivano da intuizioni brillanti e moderne, ma si perdevano spesso in innumerevoli “mangerie” e intrighi di ogni sorta. Al di là di qualche netto insuccesso, però, molta della sua cattiva fama dipese dal suo comportamento, che non ispirava certo grande simpatia. Nelle memorie granducali l’ingegnere era presentato come un uomo “falso, bugiardo, maligno, vendicativo e violento, di cui non c’è da fidarsi”, sempre pronto a “confondere il capo a tutti”. Era accusato inoltre di vantare alte conoscenze a Firenze, di trattare con disprezzo e “altura” la gente del posto, di usare un atteggiamento dispotico e presuntuoso e, cosa gravissima, di avere scritto il suo libro sulla Maremma usando dati falsi. Un giudizio che contrasta nettamente con quelli espressi dal granduca in altre parti del suo rapporto, dove sostiene che lo Ximenes “è indubbiamente quello che fino ad ora ha lavorato con il più frutto e meno spesa di tutti gli altri: non è che non abbia preso molti e grossi sbagli, ma si è corretto quando se ne è avvisato”. C’è da credere che molti dei giudizi più velenosi siano stati suggeriti dalla rabbia per la mancata risoluzione del grave problema delle paludi, che, malgrado la somma spesa, che ammontava a più di ottocentocinquantamila lire, rimaneva ancora… stagnante. Di sicuro fu soddisfatto, il granduca, quando, durante la visita nelle Maremme compiuta tra il 1770 e il 1771, giunse a Castiglione, dove “osservò quella nuova fabbrica fatta dal padre Ximenes che è riuscita a meraviglia” e della quale si sofferma a descrivere con dovizia di particolari gli aspetti tecnici. Questa straordinaria costruzione, detta anche “fabbrica delle cateratte” e a noi meglio nota come “Casa Rossa”, costituiva il punto centrale di tutto il sistema creato per regolare il deflusso delle acque del lago, che passavano attraverso le tre luci, ovvero i tre archi, di cui quello centrale, più alto, serviva anche come passaggio obbligato per il pesce, tanto che vi veniva collocato “un gran retone… e lì si pescano in gran quantità le anguille ed altri pesci di mare come muggini, che vi scendono dal lago”. “Gli argani e le macchine a puleggia per muoverli sono d’un macchinismo bello e semplice e la fabbrica molto soda e ben fatta”. La costruzione comprendeva due quartieri, più quello del caterettaio, e quattro vivai con acqua corrente per la conservazione del pesce. Un’opera di grande ingegno che con l’avvento dei tempi moderni ha perduto la sua funzione originale, mentre le ingiurie del tempo e dell’abbandono hanno appannato per un po’ la sua immagine. Non ha perduto, però, il suo fascino, che è anzi aumentato, grazie al sapiente lavoro di restauro a cui è stata di recente sottoposta e che l’ha riportata all’antico splendore. Adesso la palude e la “Casa Rossa” vivono una nuova vita, che è poi quella vecchia. E va bene così.


Pubblicato su Maremma Magazine
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