Sono giornalista pubblicista e mi occupo di ricerca storica, con particolare interesse per la cultura e le tradizioni della Maremma. Laureata in Scienze Politiche e in Storia Moderna, ho completato il corso quadriennale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose e proseguo gli studi teologici. Comunicatrice ambientale dal 1998, ho partecipato alla pubblicazione di guide turistiche della provincia di Grosseto. Collaboro con il mensile Maremma Magazine, un periodico di informazioni turistiche e culturali, e dirigo Val d' Orcia Terra d’eccellenza, una rivista che si occupa di arte, cultura e benessere nella valle senese patrimonio dell’UNESCO. Ho curato i testi dell’opuscolo informativo -Un Ministero per l'Ambiente- del Ministero dell'Ambiente.

Giacomo Puccini e la Maremma: una lunga storia d’amore...

 Quella tra Giacomo Puccini e la Maremma può essere definita con buona ragione una storia d’amore.
Forse perché chi si somiglia finisce sempre per… pigliarsi e, ammesso che sia consentito trovare caratteristiche comuni tra un luogo e un uomo, la Maremma e il Maestro si rassomigliavano davvero.
Lei, bella e spietata, terra di  stridenti contraddizioni, di struggente dolcezza e Dio sa quanto amara; lui, toscano di Lucca, ora gentiluomo, ora brigante, smoccolatore impenitente e accanito cacciatore, ma anche artista colto e raffinato.
Dotato di una vena sarcastica pungente e di una travolgente ironia, con un gusto speciale per le “canzonature”, impietosamente rivolte agli altri e a sé stesso, era tuttavia soggetto a repentini mutamenti di umore, alternando momenti di incontenibile allegria a grande tristezza, tormentato da quel “male di vivere” che spesso affligge le persone di profonda sensibilità e che si manifestava in lui con una sorta di dolore cupo, che spesso dissimulava con una gaiezza solo apparente: "…eppur agli altri sembro felice”, annotava con rammarico in uno dei suoi versi.
Il fatale incontro tra Giacomo Puccini e la Maremma avvenne nel 1896.
Il primo febbraio di quell’anno, al Regio Teatro di Torino, era stata rappresentata la sua “Bohéme”, sotto la direzione di Arturo Toscanini.
La messa in scena dell’opera  faceva seguito a un lungo e sofferto periodo di “gestazione”, durato ben tre anni, e culminato, in prossimità del debutto, in un frustrante senso di incertezza e sfiducia, reso più acuto dalla solerte attività di una critica maligna, che qualificò la “Bohéme” come non teatrale, predicendole  vita assai breve.
A dispetto di chi la bollò come “opera mancata”, il successo di pubblico fu travolgente e particolarmente appagante, ma il maestro l’archiviò in fretta, per buttarsi a capofitto in un altro grande progetto, la “Tosca”.
Meticoloso nella ricerca di una agognata perfezione stilistica, esigente con i suoi collaboratori, instancabile nel continuo “fare e disfare”  cui sottoponeva gli autori dei suoi libretti, Puccini viveva il fervore creativo in maniera totalizzante, lasciando che assorbisse ogni sua energia, fino a rimanerne sfinito, e immancabilmente scoraggiato e malinconico.
Così il pressante impegno per far nascere la nuova “creatura”  lo coinvolse completamente e in autunno era già in aria di crisi e affaticato.
La salvezza, come più volte era accaduto, gli venne dagli amici, che rappresentarono sempre un importante punto di riferimento nella vita del musicista, il quale li aveva addirittura  aveva riuniti in un circolo “bohémien”, che per statuto doveva servire solo ed esclusivamente a godere appieno delle gioie della vita, escludendo rigorosamente ogni accenno di “saggezza” nel comportamento dei suoi affiliati.
L’allegra brigata lo affiancava nelle battute di caccia, come nelle più ardite… “zingarate”, condividendo memorabili scorpacciate intorno a tavole riccamente imbandite; ma, nei momenti in cui  il maestro era avvilito e oppresso dalla tristezza, immerso in quello stato d’animo che con delicato eufemismo soleva definire “noia”, lo circondavano col loro affetto e lo rassicuravano con una presenza costante nelle lunghe giornate passate al piano.
La chiassosa compagnia degli amici era un vero toccasana per lui, l’unico rimedio capace di rigenerare la sua anima sofferente. Per questo li voleva intorno a sé anche e soprattutto mentre lavorava, riuscendo a scrivere le sue note sublimi tra una partita di briscola e l’altra, incurante del sonoro chiacchiericcio di sottofondo, a cui di tanto in tanto partecipava.
Furono i bohémiens, dunque, che per ritemprarne lo spirito e  distrarlo dalle angustie,pensarono di procurargli un invito a Capalbio da parte della famiglia Collacchioni, proprietaria di una tenuta immensa, che si estendeva dalle colline al mare, con laghi, boschi e paludi.
La scelta non fu casuale, ma fu programmata contando sul richiamo irresistibile che l’arte venatoria esercitava su di lui e che, praticata in passato in maniera non proprio ortodossa, aveva finito per cacciarlo in un grosso guaio. Una volta, infatti, “pizzicato” dai carabinieri mentre con un gruppo di “soci” sparava sulle folaghe che sonnecchiavano sul lago di Massaciuccoli, dovette subire l’onta di un processo, che si risolse a suo favore solo per l’impegno di un vero principe del foro, che lo difese in maniera impeccabile. 
Paura passata, molta vergogna, immutato il suo… amore per le folaghe, o “tignose”, come usava chiamarle.
L’invito a Capalbio fu una  vera manna per il compositore che, affascinato in maniera quasi morbosa dalla caccia palustre, accettò di buon grado l’opportunità offertagli, e in dicembre giunse al castello dove, superata l’iniziale timidezza, seppe immediatamente conquistare la simpatia di tutti per il suo atteggiamento cordiale e benevolo.
Incantato dalla bellezza superba di quei luoghi e anche dalla facilità con cui si poteva riempire il carniere, il compositore intrattenne rapporti affettuosi con gli abitanti della zona, tra i quali strinse molte e sincere amicizie.
Nel 1919 acquistò dal Demanio nazionale la “Torre della Tagliata”, all’Ansedonia, che divenne il suo rifugio, rafforzando il già stretto rapporto con la terra maremmana, che continuò ininterrottamente per venticinque anni.
Quelli passati in Maremma furono giorni felici per Puccini, che continuò ad amare questa terra, non smettendo di invocarla e desiderarla fino agli ultimi istanti della sua vita.       
Nel 1922, rivenduta la Torre e pressato dai molti impegni di lavoro, fece ritorno in Versilia e l’anno successivo cominciarono a farsi sentire i primi sintomi di un male che lo avrebbe rapidamente consumato. 
La sua morte, avvenuta il ventinove novembre 1924, provocò angoscia tra coloro che appartenevano alla cerchia degli amici più intimi, e non solo per il dolore causato dalla perdita di una persona cara, ma anche perché la dinamica dei fatti che lo condussero al decesso non convinse appieno.
Don Pietro Panichelli, amico caro di Puccini, ne tracciò il ricordo su un settimanale cattolico, cominciando con queste parole: “Scrivo con le lacrime agli occhi e collo sdegno nel cuore… per una fine altrettanto tragica, quanto precocemente -sia pure involontariamente- provocata”.
Il commento non presuppone certo la possibilità di una guarigione dalla fatale malattia che aveva colpito il maestro, ma si riferisce al fatto che, se adeguatamente curato e soprattutto non operato, egli forse sarebbe vissuto più a lungo.
Lo stesso Puccini, in realtà, non gradiva l’idea del  “viaggio della speranza” a Bruxelles e aveva accettato a malincuore il consiglio pressante dei familiari, non dopo aver commentato con un laconico e, col senno di poi, anche profetico: “Ho capito, mi volete morto!”.
L’ultima sua opera, la “Turandot”, rimasta incompiuta, fu rappresentata al Teatro della Scala di Milano nel 1926. Il fidato Arturo Toscanini diresse l’orchestra fino all’ultima nota tracciata sul pentagramma da Puccini, poi posò la bacchetta e, commosso, annunciò al pubblico che a quel punto il Maestro aveva cessato di vivere.
Il ricordo della sua grande anima tormentata resta nel cuore di tutti coloro che nel mondo ascoltano le arie delle sue opere, senza sapere che molte di quelle note sono impregnate del sapore dolce e amaro della Maremma.

Pubblicato su Maremma Magazine
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