Maria Grazia Lenni…Poliziana di nascita, maremmana di… adorazione!

Sono giornalista pubblicista e mi occupo di ricerca storica con particolare interesse per la cultura e le tradizioni maremmane. Laureata in Scienze Politiche e in Storia Moderna, ho completato il corso quadriennale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose e proseguo gli studi teologici, pur lottando per non conseguire una laurea anche in questa disciplina. Comunicatrice ambientale dal 1998, ho partecipato alla pubblicazione di guide turistiche della provincia di Grosseto. Collaboro con il mensile Maremma Magazine, un periodico di informazioni turistiche e culturali, e dirigo Val d'Orcia Terra d’eccellenza, una rivista che si occupa di arte, cultura e benessere nella valle senese patrimonio dell’UNESCO. Ho curato i testi dell’opuscolo informativo - Un Ministero per l'Ambiente - del Ministero dell'Ambiente.

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La malaria in Maremma


“ Non vi è cosa più certa, nella fisica e nella medicina, che le acque stagnanti infettano l’aria ed insidiano alla vita degli umani individui”.
Così sentenziava Pietro Leopoldo quando, poco dopo il suo insediamento sul trono granducale della “nazione toscana”, si recò in visita nella desolata Maremma, dove ebbe modo di constatare di persona gli effetti  nocivi dell’aria malsana sui suoi sudditi.
La tesi da lui enunciata combaciava in effetti con una tra le più diffuse tra gli esperti di allora, quella cioè secondo la quale la malaria era causata dalle “esalazioni pestifere” che emanavano dai terreni acquitrinosi.
L’interpretazione non aveva certo una solida base scientifica, ma risulta senz’altro più aderente alla realtà rispetto alle tante, fantasiose spiegazioni che venivano fornite sulla diffusione del morbo, come quelle che ne attribuivano la responsabilità allo scirocco o alla commistione delle acque dolci con le salmastre.
Pur non essendo la causa diretta della malattia che uccideva ogni anno un numero enorme di persone, le acque stagnanti avevano infatti un ruolo fondamentale nella sua diffusione, perché creavano quel microclima caldo umido indispensabile nel ciclo riproduttivo delle zanzare, che trovavano nelle paludi il loro ambiente ideale.
Ma questo è ciò che affermiamo noi, con la sicurezza che ci deriva da conoscenze ormai assodate e dalla piacevolezza di vivere oggi in Maremma. Diverso era sicuramente lo stato d’animo di coloro che, spossati fisicamente e psicologicamente da una malattia che non perdonava, cercavano di dare un senso ad un fenomeno straziante e inesplicabile, che le armi della scienza non riuscivano ancora ad abbattere.
Soltanto agli albori del XX secolo, grazie a più sofisticati metodi di ricerca, fu scoperto nella zanzara anofele il veicolo di trasmissione della malaria, ma anche allora le affermazioni di pur eminenti studiosi non convinsero appieno. Molti, indipendentemente dal ceto sociale o dal grado di cultura, espressero un aperto scetticismo, ostinandosi a credere che la malattia che si accaniva contro i maremmani avesse un’origine ancora misteriosa. Solo alcuni dei più ragionevoli convennero che, sì, la zanzara aveva una funzione attiva nella diffusione della malattia, ma esistevano molte altre modalità di contagio, seppure sconosciute.
Il dibattito tra i medici fu piuttosto aspro, come testimoniano i vecchi giornali, e vide coinvolti anche eminenti professori della “Società per gli studi della malaria”.
La conclusione dell’articolista di “Etruria Nuova” è che “il nostro compito è quello di eliminare il malanno che già si conosce. Ai medici e agli igienisti tocca studiare e scoprire se altre fonti del male vi siano, noi non dobbiamo frattanto metter tempo in mezzo per debellare quello che c’è”.

La diffidenza con cui vennero accolte le nuove teorie appare più comprensibile se si considera che il fenomeno della malaria imperversava ormai da molti secoli, complici l’abbandono delle coltivazioni e la diffusione del latifondo, che causarono il progressivo peggioramento delle condizioni ambientali, fino alla completa trasformazione dell’assetto idrogeologico. Col tempo gli acquitrini presero il sopravvento facilitando la propagazione della malaria, che falcidiò letteralmente gli abitanti della bassa Maremma. La pianura si spopolò con rapidità impressionante e si innescò un  meccanismo perverso per cui la malaria divenne a un tempo causa e conseguenza di un altro grande male della Maremma, ovvero la lacuna demografica.
Fu proprio la mancanza di popolazione che spinse i governi ad adottare provvedimenti estremi, che non solo si rivelarono inadeguati a incrementare il numero degli abitanti stabili, ma in alcuni casi peggiorarono le già compromesse condizioni di vita.
Il motuproprio di Ferdinando de’ Medici, che nel 1593 incoraggiò i delinquenti di ogni nazionalità a recarsi in Maremma, con la garanzia della non punibilità, sortì l’effetto di una bomba nel delicato tessuto sociale, come non ebbero lo sperato buon esito i maldestri e crudeli esperimenti di colonizzazione delle zone maggiormente infestate dalla malaria, dove nei secoli XVII e XVIII vennero inviate intere comunità, in una realtà così ostile da rendere impossibile perfino la loro sopravvivenza.
Del resto anche i progetti più o meno ambiziosi messi a punto da molti illustri ingegneri per sanare la “grande ammalata” non risultarono propriamente efficaci e anzi, come lo stesso Pietro Leopoldo sostenne, “si spese di molto e la maggior parte dei lavori furono inutili”.
Fu suo nipote Leopoldo II a compiere la prima grande opera di risanamento delle campagne maremmane, che però fu abbandonata dopo l’unità d’Italia. Quello della malaria infatti non fu considerato un problema di interesse nazionale e  molti ritennero eccessivo lo sforzo economico necessario per risolvere quella che appariva come una semplice emergenza locale.
Nel frattempo “i cattivi vapori” avevano creato un mondo a sé, che definiva “da maremma” tutto quello che nel resto d’Italia sarebbe sembrato sconveniente: un pasto mal cucinato, un impiegato poco abile, una locanda poco comoda.
Il timore della misteriosa malattia, poi, provocava reazioni ingiustificate, come quella dei viaggiatori che si stringevano nei cappotti e si accoccolavano negli angoli dello scompartimento del treno per non respirare “ il terribile germe della morte”. Nessuna sorpresa che Grosseto sia stata considerata una delle mète più temute, una vera minaccia, per quei funzionari dello stato che, inesperti o incapaci, rischiavano di esservi trasferiti; per questo era chiamata la città sei tre p: vi si era mandati per prima nomina, promozione o punizione. E nessuna sorpresa se gli impiegati non rispondevano perfettamente ai canoni richiesti per il loro incarico, infatti nella provincia inferiore, “attesa la cattiva aria, bisogna contentarsi di quello che si trova”.
Ma quello che si trovava nella maremma di allora era soprattutto la miseria, la difficoltà del vivere quotidiano. La malaria avrebbe avuto conseguenze meno drammatiche se la vita fosse stata meno faticosa e i pasti più nutrienti.
L’ultimo episodio dell’epopea della bonifica maremmana iniziò nel 1930 e riguardò il comprensorio di Grosseto e Castiglione della Pescaia, considerato da secoli come “la principalissima fonte di mal’aria”.
Dopo questo ultimo intervento la Maremma poté definirsi guarita, anche se qualche lembo di palude sfuggì ancora una volta al controllo dell’uomo. Per nostra fortuna.

Pubblicato su Maremma Magazine
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