Maria Grazia Lenni…Poliziana di nascita, maremmana di… adorazione!

Sono giornalista pubblicista e mi occupo di ricerca storica con particolare interesse per la cultura e le tradizioni maremmane. Laureata in Scienze Politiche e in Storia Moderna, ho completato il corso quadriennale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose e proseguo gli studi teologici, pur lottando per non conseguire una laurea anche in questa disciplina. Comunicatrice ambientale dal 1998, ho partecipato alla pubblicazione di guide turistiche della provincia di Grosseto. Collaboro con il mensile Maremma Magazine, un periodico di informazioni turistiche e culturali, e dirigo Val d'Orcia Terra d’eccellenza, una rivista che si occupa di arte, cultura e benessere nella valle senese patrimonio dell’UNESCO. Ho curato i testi dell’opuscolo informativo - Un Ministero per l'Ambiente - del Ministero dell'Ambiente.

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Davide Lazzeretti, l’uomo che molti chiamavano Santo

di Maria Grazia Lenni
La triste vicenda di Davide Lazzeretti, il fondatore di quel movimento religioso-sociale - in bilico tra religione e superstizione, tra il sublime e il grottesco - che si diffuse nella seconda metà dell’‘800 sul versante occidentale dell’Amiata, ma soprattutto ad Arcidosso

Quella di Davide Lazzeretti è una vicenda enigmatica, in bilico tra religione e superstizione, tra il sublime e il grottesco. I suoi contemporanei lo considerarono un ignorante, un pazzo, un santo, un impostore e lui stesso amava definirsi “l’uomo del mistero”. Ma la cosa davvero misteriosa, che è rimasta nell’aria come un dubbio mai chiarito, è come quest’uomo definito “rozzo, bevone e bestemmiatore” abbia potuto affascinare e coinvolgere non solo persone di scarsa cultura e grande suggestionabilità, ma anche individui istruiti e tutt’altro che sprovveduti, che divennero suoi insospettabili seguaci. Lazzeretti si presentava come “un povero figlio del popolo e un misero e contrito peccatore”, con moglie e tre figli, nato ad Arcidosso nel 1834. In questo paese alle pendici del Monte Amiata svolgeva l’attività di commerciante, fino a quando, intorno ai trentacinque anni, qualcosa, o qualcuno, sconvolse il corso della sua vita ed egli diventò “Il Profeta”. Estasi, visioni, voci oscure e “conferenze” con personaggi “spiritali o divini” gli suggerivano di divulgare la parola di Dio. Tutte cose che avrebbero dovuto bollarlo come “allucinato, se poi non ci avesse dato motivo di crederlo santo”. Davide, chiamato da Dio, si stabilì sul Monte Labbro, la vetta sassosa che si erge a sud di Arcidosso e là, aiutato dall’opera solerte di centinaia di proseliti, iniziò a costruire una torre, che nei suoi piani doveva divenire il centro di una nuova repubblica. Fondò anche una “Società della Santa Lega” o “Fratellanza Mistica”, una sorta di comunità ideale, i cui iscritti si impegnavano a rispettare le leggi di Dio e degli uomini e a condurre una vita virtuosa e semplice. Il Monte Labbro, o Labaro come preferiva dire Lazzeretti, divenne mèta di pellegrinaggio per molte persone, che chiedevano intercessioni e grazie al Santo Davide, implorando il perdono. A metà gennaio 1870, dopo una cena con alcuni seguaci, partì per l’isola di Montecristo, dove la voce di Dio gli parlò con parole “declamate lentamente e sillabate come tuono musicale” che vennero trasposte in versi e poi date alla stampa. Il libretto ispirò i suoi sostenitori, ma qualcuno ci trovò “cose ridicole, strane ed assurde che muovono il riso a chi ha un po’ di sale in zucca”. Un insulto al buon senso, insomma, e un offesa al “magistero delle lettere”, per la sua forma sgrammaticata. Del resto, come Davide ebbe a dire nel prologo, “i miei rescritti, no non saranno né scientifici né belli, ma saranno semplici e buoni” e, anche se scritti in un “linguaggio inculto e barbaro”, potranno essere comprensibili a tutti, tranne alcune frasi “inimmatiche” del cui senso lui stesso si dichiarava “ignaro affatto”. Riguardo alle imperfezioni stilistiche, egli le giustificava spiegando che i rescritti erano stati stampati senza alcuna revisione, così come erano usciti “dalla mia penna incolta ed idiota” e che quindi “se vi sono degli errori di contro senso o di frasi male ordinate io ne sono il colpevole e non altri”. L’esaltazione mistica e le parole di fuoco che Davide pronunciava in nome di Dio gli procurarono guai con la giustizia, mentre la chiesa, che in un primo tempo l’aveva appoggiato, si scagliò contro di lui quando il suo impegno religioso parve sconfinare nel campo politico. Questo gli procurò una scomunica e la defezione di alcuni seguaci, anche se molti continuarono a confidare nella sua parola e nell’avvento della “Repubblica di Dio”. Quando nel 1878, dopo alcuni anni passati in Francia, fece ritorno al Monte Labbro parve che quel momento stesse davvero per arrivare. Lazzeretti intanto si era autoproclamato Re, Duce e Giudice Universale, annunciando un grande miracolo per il 15 agosto, quando, abbattuto il vecchio ordine sociale, sarebbe stata fondata la nuova repubblica. A tal fine una epocale processione avrebbe dovuto percorrere i paesi dell’Amiata, spazzando via il regno terreno. L’entusiasmo dei seguaci fu frenato dalle decisioni dell’autorità politica che, temendo la furia sterminatrice dei “pellegrini”, aveva inviato ad Arcidosso diversi carabinieri, così il giorno della Madonna fu celebrato alla torre. Due giorni dopo le forze dell’ordine, credendo rientrato l’allarme, lasciarono il paese. Ma Davide aveva fatto una promessa, e il 18 di agosto scese dal monte. La voce si era sparsa e dai dintorni giunsero migliaia di curiosi che si riversarono sulle strade, per nulla scoraggiati dal caldo soffocante, mentre alcuni possidenti si chiusero in casa con uomini armati per fronteggiare un eventuale saccheggio. Anche i carabinieri erano tornati, coadiuvati dalla Guardia Municipale e avevano formato un cordone di protezione, che a malapena riusciva ad arginare la curiosità della gente, incurante degli ordini della benemerita. Il tempo parve fermarsi. In lontananza, precedute dal canto delle litanie, spuntarono le insegne con i simboli giuris-davidici; infine, lui, solo davanti a tutti, vestito con i suoi coloratissimi “abiti pontificali”. Davide procedeva con passo lento e cadenzato e si avvicinava ormai al cordone dei carabinieri. Per tre volte il Delegato di Pubblica Sicurezza gli intimò di fermarsi e per tre volte Davide si rifiutò. Fu ordinato il fuoco, mentre una fitta sassaiola colpiva le forze dell’ordine. In quel parapiglia rimasero sulla strada quattro caduti. Uno di loro era il Santo, che morirà di lì a poco. Le sue ultime parole furono per i familiari e i fedeli che lo circondavano, ai quali lasciò il messaggio rassicurante della sua prossima resurrezione. I fatti del 18 agosto provocarono forti polemiche, per l’incompetenza dimostrata dai responsabili della sicurezza pubblica e per la mancanza di prevenzione in un evento che era stato annunciato. Nell’ottobre 1879, dopo quattordici mesi, iniziò a Siena quello che oggi si definirebbe un “maxi processo”. Centinaia di persone furono coinvolte e “i volumi della processura sono in numero di ben sei e grossi”. Gli imputati, rinchiusi nel gabbione, provati da mesi di duro carcere, gli occhi sbarrati e fissi nel vuoto, ascoltarono i capi d’accusa che erano sovversione dell’ordine pubblico, attentato alla sicurezza dello stato, resistenza alla forza pubblica. Per quasi un mese sfilarono in aula testimoni di varia estrazione sociale, tra cui “il povero e vecchio contadino dalle mani callose e il signore con le mani ricoperte da guanti”. Dopo la requisitoria del pubblico ministero e le “orazioni” pronunciate dalla difesa, i giurati mandarono tutti a casa. Eppure ognuno di loro era colpevole. Di aver sperato in una società più giusta e di aver creduto a un peccatore, che diceva di essere diventato Santo.

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