Maria Grazia Lenni…Poliziana di nascita, maremmana di… adorazione!

Sono giornalista pubblicista e mi occupo di ricerca storica con particolare interesse per la cultura e le tradizioni maremmane. Laureata in Scienze Politiche e in Storia Moderna, ho completato il corso quadriennale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose e proseguo gli studi teologici, pur lottando per non conseguire una laurea anche in questa disciplina. Comunicatrice ambientale dal 1998, ho partecipato alla pubblicazione di guide turistiche della provincia di Grosseto. Collaboro con il mensile Maremma Magazine, un periodico di informazioni turistiche e culturali, e dirigo Val d'Orcia Terra d’eccellenza, una rivista che si occupa di arte, cultura e benessere nella valle senese patrimonio dell’UNESCO. Ho curato i testi dell’opuscolo informativo - Un Ministero per l'Ambiente - del Ministero dell'Ambiente.

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La poesia estemporanea ovvero l’arte di “Improvvisar cantando”

di Maria Grazia Lenni
Il libro fa il punto sullo stato di salute di questa particolarissima disciplina, una vera e propria forma d’arte, codificata ormai da molti secoli, partendo dagli Atti dell’incontro di studi sulla poesia estemporanea in ottava rima, svoltosi a Ribolla (Grosseto) il 14 ottobre 2007. È un viaggio nell’affascinante mondo della poesia estemporanea in ottava rima, sulle sue origini e le prospettive future, quello che riesce a tradurre in pratica il volume dal titolo “Improvvisar cantando”, curato da Corrado Barontini e Paolo Nardini, e stampato per le edizioni Effigi di Arcidosso


Cosa è la poesia estemporanea in ottava rima? Chi sono i poeti che la praticano? Qual è la sua storia e quali sono le prospettive per il futuro? Dare risposte alle molte domande su questo affascinante tema è compito non facile, trattandosi di fissare una cosa di per sé effimera, impalpabile, destinata per sua natura a volare via. Ci prova (brillantemente) “Improvvisar cantando”, che raccoglie gli Atti dell’incontro di studi sulla poesia estemporanea in ottava rima, svoltosi a Ribolla (Grosseto) il 14 ottobre 2007. Il volume, della collana “Quaderni della Biblioteca Comunale Antonio Gamberi di Roccastrada”, curato da Corrado Barontini e Paolo Nardini, è stampato per le edizioni Effigi di Arcidosso e riporta le testimonianze di molti studiosi riunitisi in convegno per fare il punto sullo stato di salute della poesia in ottava rima. Tradizionalmente i canti di questa particolare forma poetica si basano sul contrasto: ai duellanti viene assegnato un tema e su questo si confrontano assumendo rispettivamente il ruolo di accusa e di difesa e improvvisando un botta e risposta, una vera battaglia a colpi di parole… messe in riga. La cosa sorprendente è che tutto questo lavorìo, questo sottile calcolo di assonanze e ritmo, avviene, per l’appunto, in maniera… estemporanea. Tutto è affidato all’esperienza e all’abilità del poeta che improvvisa, alla sua fantasia, alla prontezza di riflessi e alla scioltezza linguistica. E, nei casi più complicati, anche alla antica arte di arrangiarsi, per cercare un accomodamento tra il senso e lo stile, a volte difficile da trovare. Solo apparentemente, insomma, si tratta di una forma di intrattenimento “leggero”. La poesia in ottava rima, infatti, appartiene a una branca della letteratura popolare, è una vera e propria forma d’arte, codificata ormai da molti secoli, e che annovera, tra i suoi rappresentanti, illustri nomi della poesia “maggiore” come Giovanni Boccaccio, Lorenzo de’ Medici, Ludovico Ariosto, Torquato Tasso, ma anche un poeta del ‘600, Gian Domenico Peri (1564-1639) di Arcidosso, che seppure quasi analfabeta, scrisse diversi drammi pastorali usando l’ottava rima. L’arte della improvvisazione poetica è propria di molte regioni italiane, ma si ritrova anche in diversi paesi del bacino mediterraneo. In Toscana è diffusa un po’ ovunque, anche se il radicamento dell’arte dell’improvvisar cantando nell’area grossetana è particolarmente profondo. Lo evidenziano Leonardo Marras, Presidente della Provincia di Grosseto, e Giancarlo Innocenti, Sindaco di Roccastrada, che nella nota al libro firmata a quattro mani affermano: “La poesia in ottava rima ha trovato un terreno fertile per affermarsi e valorizzare una tradizione antica che in molte zone della Maremma ha segnato il carattere dei suoi abitanti”. Nonostante la sua ampia diffusione, però, il distacco tra nuova realtà e cultura popolare hanno portato a una crisi della rima. Ce ne parla Lio Bianchi in una sua ottava composta per l’incontro di Ribolla del 1992. “Già sembra si disperda quei valori/ e molto vada in decadenza ormai/ il canto dei coloni e dei pastori/ vetturini ambulanti e carbonai/ la musa fu il tesoro dei tesori/ quando di povertà ce n’era assai/ le serate più misere abbellivi/ con la beltà del canto che ci offrivi”. Ma la poesia estemporanea ha sempre offerto molto di più di un piacevole diversivo per i momenti difficili e anzi “… ha costituito nel passato uno dei principali veicoli dell’informazione e della tradizione orale” ed è stata spesso l’unica forma di conservazione della memoria, una chiave per l’accesso privilegiato a un archivio illimitato e impalpabile di fatti e nomi, non scritti in alcun testo, ma fissati nella mente in canti ritmati, che battono in testa e fanno muovere il cuore, martellanti e rassicuranti come una filastrocca, una conta, una ninnananna. A questo si aggiunge un altro grande valore per la cultura popolare, dal momento che, come affermano Corrado Barontini e Paolo Nardini nell’introduzione agli Atti, “Anche in assenza di una formazione scolastica, con l’ottava rima improvvisata tante persone hanno potuto esprimersi rappresentando in versi il proprio pensiero”. Un carattere popolare, dunque, ma con una sua valenza di cultura vera. L’improvvisatore non è uno che vive di poesia, ma è un essere speciale, che svolge un lavoro altro (“Siam gente che si vive di lavoro/ custodi nel cuor di un gran tesoro”, dice Emilio Meliani nella sua ottava di saluto) e può essere di volta in volta operaio o contadino, minatore o pastore o carbonaio. Ma è poeta. Un poeta “a modo suo”, perché non c’è uno stile solo. Ogni rimatore improvvisa nel modo che gli è proprio, pur seguendo il filo della tradizione e della tecnica poetica. L’ottava rima, tra le forme di improvvisazione poetica, è quella maggiormente “definita da una fortissima connotazione individuale”, sottolinea Maurizio Agamennone nelle sue “Considerazioni improvvisate sulla poesia estemporanea”. Nevia Grazzini ha ben colto il carattere della poesia estemporanea, leggendola come una forma di comunicazione immediata e a suo modo magica: “… questi poeti (…) riescono a leggere il mondo, traducendo in rima i loro pensieri … ed è questa la magia, in fondo, il segreto di quest’arte …”. Restano alcuni grandi interrogativi: quale futuro preparare per la poesia in ottava rima e come tramandare il suo patrimonio e insegnare quest’arte? Si propone la creazione di un archivio, magari riunendo quelli esistenti sparsi sul territorio per farne un laboratorio aperto, in cui gli interessati possano consultare la documentazione degli audiovisivi, scambiarsi rime e opinioni, magari sotto la guida attenta di un “insegnante”, incoraggiando il rapporto maestro-apprendista, il contatto esclusivo con chi già sa. Certo, occorre vincere una certa ritrosia dei “vecchi” nel raccontarsi ai più giovani, perché il poeta è geloso del suo mestiere e, come tutti gli artisti, non è per niente contento di rivelare i suoi segreti e le sue tecniche più ingegnose. È poi importante il fare poesia, lo scambio pubblico, ma il primo ingrediente per riuscire resta la passione, e quella nessuno può insegnarla. È una cosa del cuore. È il tesoro prezioso a cui molti poeti fanno riferimento quando descrivono la loro arte. Sul fatto poi di favorire un cambiamento dell’ottava per adattarla ai tempi moderni, il poeta Vasco Cai chiarisce un concetto fondamentale, quando afferma o, per meglio dire, canta: “Abbia pure la sua trasformazione/ come la vuole la moderna usanza/ ma se si definisce ottava rima/ ha sempre la sua forma come prima”. Che messo giù in prosa può anche tradursi: “Giù le mani dall’ottava rima”. Infine, che l’UNESCO riconosca o no rilevanza universale alla poesia estemporanea quale patrimonio immateriale, è comunque auspicabile che l’ottava rima resti viva e il fatto che molti giovani vi si avvicinino di nuovo, dopo un momento in cui pareva che l’interesse per questa disciplina si stesse spegnendo, fa ben sperare per il futuro. E meno male, perché sarebbe un peccato imperdonabile perdere un patrimonio culturale prezioso, un tesoro raro. E anche perché, come dice Pietro Clemente “Un mondo in cui non si sa cantare in ottava, è sicuramente molto più povero”.

Pubblicato su Maremma Magazine
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