Maria Grazia Lenni…Poliziana di nascita, maremmana di… adorazione!

Sono giornalista pubblicista e mi occupo di ricerca storica con particolare interesse per la cultura e le tradizioni maremmane. Laureata in Scienze Politiche e in Storia Moderna, ho completato il corso quadriennale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose e proseguo gli studi teologici, pur lottando per non conseguire una laurea anche in questa disciplina. Comunicatrice ambientale dal 1998, ho partecipato alla pubblicazione di guide turistiche della provincia di Grosseto. Collaboro con il mensile Maremma Magazine, un periodico di informazioni turistiche e culturali, e dirigo Val d'Orcia Terra d’eccellenza, una rivista che si occupa di arte, cultura e benessere nella valle senese patrimonio dell’UNESCO. Ho curato i testi dell’opuscolo informativo - Un Ministero per l'Ambiente - del Ministero dell'Ambiente.

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Un’Associazione Culturale per la Maremma in memoria di Alfio Cavoli


di Maria Grazia Lenni

Intensamente voluta dalla figlia Daniela, l’Associazione culturale intitolata alla memoria di Alfio Cavoli, il grande studioso di “cose maremmane” che ha amato questa nostra straordinaria terra “così intensamente da dedicargli una vita di lavoro” ha lo scopo di proseguire l’attività di ricerca e divulgazione iniziata da Alfio Cavoli, che vi ha profuso ogni energia nell’arco di tutta la vita.

È stato il Nuovo Cinema Moderno di Manciano – e non poteva essere altrimenti a tenere a battesimo la neonata Associazione Culturale, intitolata alla memoria del grande studioso di “cose maremmane”. Alfio Cavoli, intensamente voluta dalla figlia Daniela allo scopo di proseguire l’attività di ricerca e divulgazione iniziata dal padre che a tale attività ha dedicato, nell’arco di tutta la vita, praticamente ogni energia. In una sala gremita di amici, colleghi, allievi e innamorati della Maremma, lo scrittore mancianese è stato ricordato – ad un anno dalla scomparsa – con uno spettacolo, o meglio con una festa (di cui parliamo nel box accanto) perché, come ha dichiarato la figlia Daniela, “è giusto ricordare il babbo in una situazione allegra”. Per Aspera ad Astra, il motto latino particolarmente amato da Alfio Cavoli e inserito nel logo dell’Associazione a lui intitolata, esprime bene le importanti finalità che vengono perseguite, pur senza nascondere le difficoltà dell’iniziativa. La scelta di dar vita all’Associazione, infatti, non è motivata soltanto dal desiderio di preservare la memoria e l’opera di una persona cara, ma anche dalla volontà di far conoscere gli aspetti più segreti e romantici della Maremma, espressi anche nei periodi più cupi della sua storia e ormai per lo più ignorati anche dagli stessi maremmani, particolarmente dai più giovani. Un rammarico molto sentito dallo studioso e testimoniato da un appunto trovato tra i suoi scritti e posto sulla quarta di copertina del libricino a lui dedicato (di cui parliamo nel box accanto), in cui afferma che la vecchia Maremma “aveva, sì, connotati d’estrema povertà, di selvatichezza, per certi aspetti persino d’inospitalità; ma… esprimeva un carattere oggi del tutto scomparso: la poesia”. Per raggiungere tutti gli obiettivi stabiliti dall’Associazione è importante che essa agisca attraverso un duplice movimento, che si diriga sia all’interno che all’esterno della Maremma, mirando da un lato allo studio e alla salvaguardia del suo patrimonio storico, artistico, culturale e ambientale; dall’altro a concretizzare una costante collaborazione e un confronto aperto con i centri vicini e con altre realtà culturali, aprendosi al mondo in un serio dialogo, perché rinchiudersi in sé stessi non paga e l’autocompiacimento rende aridi: nessuno deve credere di essere l’unico depositario del sapere. L’altro intento, fondamentale per la vita dell’Associazione, è quello di individuare altre persone alle quali passare la staffetta perché quest’opera non vada perduta, ma prosegua nel tempo, come lo stesso Cavoli auspicava. L’idea è quella di “proporre cultura in ogni sua forma” con l’obiettivo di valorizzare la storia e l’arte locale
senza generalizzare, ma anzi “favorendo la specificità e l’unicità di questa terra meravigliosa”, sostiene Daniela, che prosegue: “Non credo che la Maremma… sia da conservare sotto naftalina per tirarla fuori il giorno della festa. Credo che la Maremma abbia il diritto di godere della magnifica sua diversità”. Dentro queste parole è la continuità dell’opera svolta da Alfio Cavoli, che ha amato la Maremma “così intensamente da dedicargli una vita di lavoro”, premuroso nei suoi confronti come un figlio che, diventato grande, si prende cura della vecchia mamma, lasciandosi scuotere solo un po’ dalla nostalgia per il disappunto di non aver potuto evitare i danni del tempo. In un mondo che non riconosce meriti a chi non produce denaro e in cui quasi più nessuno si impegna per qualcosa se non ne ricava un lauto guadagno, lui ha continuato a lavorare per amore, pazientemente, costruendo negli anni un patrimonio culturale sterminato e fruibile a chiunque. La cultura, infatti, sottolinea Daniela, “non si eredita per nascita, è una scelta… e i piaceri che ci riserva non si possono e non si devono negare a nessuno”. Ma ciò che ha reso e rende degno di grande stima Alfio Cavoli, sia come insegnante che come amministratore che, ovviamente, come studioso, è proprio il fatto di essere un uomo di cultura di un genere particolare, di quelli cioè che credono in quello che fanno e lo fanno bene. Tre aspetti della sua opera colpiscono maggiormente: la naturalezza nel divulgare la storia, l’arte e le tradizioni in modo piacevole, con una prosa fluida, ariosa, generosa, sapientemente condita con espressioni popolari, anch’esse culturali perché manifestazione di un modo di concepire la vita, di vivere e lavorare, di giocare, di ridere e soffrire, abbinata a una straordinaria capacità di narrare, di catturare con il racconto, che non è così scontata in chi scrive di storia. Poi le fondamenta solide di un’attenta documentazione raccolta senza risparmio, per non cadere nella facile trappola della ripetizione di ciò che altri hanno già detto, o che fa piacere dire in particolari momenti. Infine, l’aver trattato non solo della storia dei grandi personaggi e dei grandi fatti, ma anche delle cose e delle persone più piccole, che la storia l’hanno vissuta sulla loro pelle, anche se i loro nomi non compaiono sui manuali di scuola. Sono celati dietro frasi come: “l’epidemia falcidiò la popolazione” oppure “vivevano di stenti per la perdurante carestia”, o ancora “la guerra provocò migliaia di vittime”. Quella popolazione, quei disperati e quei morti erano loro. E anche i sopravvissuti erano loro, la gente cosiddetta comune, per la quale pochi spendono parole. Cavoli l’ha fatto, parlando a tutti di Maremma e di maremmani, sostenuto sempre da un amore vero, viscerale nei riguardi della sua terra, che è stato pronto a difendere a spada tratta, di quel mondo per cui, come racconta ancora la figlia, “ha combattuto, urlato a gran voce… al fine di difenderlo, proteggerlo… e soprattutto di non distruggerne l’estetica, perché fosse consegnato intatto al futuro”. E per questo ha lottato con passione e con forza, nell’intima convinzione che tutto il male non fatto alla madre-Maremma sarebbe ricaduto come luminosa pioggia dorata sulla testa dei suoi abitanti. Ora il testimone è saldo nelle mani di Daniela Cavoli, una donna che, pur consapevole delle difficoltà che l’attendono, ha deciso di proseguire nel faticoso cammino tracciato dal padre. Con la stessa fierezza, la stessa determinazione e, ciò che più conta, con lo stesso profondo amore. L’opuscolo Un pensiero delicato è l’opuscolo curato da Daniela Cavoli, una breve bio-bibliografia del padre, che reca in appendice lo Statuto sociale dell’Associazione. Sulla copertina un disegno, opera di Dino Petri, notissimo pittore maremmano e vice presidente dell’Associazione, ma soprattutto amico da lunga data e “illustratore di fiducia” di Alfio Cavoli, affettuosamente ritratto insieme ai suoi amati libri.
Lo spettacolo-festa Come detto la presentazione della neonata associazione è stata un momento di festa per ricordare, ad un anno dalla scomparsa, il celebre scrittore mancianese. Molti gli artisti che si sono alternati sul palco per rendere omaggio ad Alfio Cavoli. Ad aprire la serata il coro “Le Corde d’Orfeo”, composto dai mancianesi Andrea Caccialupi, Aldo Cavoli, Sandro Chiello, Giorgio Fiorelli, Carlo Pascucci, Sergio Rosso e Luciano Verzieri. Il gruppo, attivo da più di dieci anni, ha proposto una particolare e suggestiva versione di “Maremma Amara”, nell’arrangiamento del coordinatore Luciano Verzieri, e otto brani scelti dal suo tipico repertorio musicale costituito da composizioni profane del periodo rinascimentale. Di un altro mancianese, Mirio Tozzini, la voce fuori campo che ha narrato Alfio Cavoli in prima persona interpretando l’incipit tratto dal discorso che lo scrittore pronunciò durante la cerimonia di assegnazione del premio “Grifone d’Oro”, di cui fu insignito, come risulta dall’Albo d’Oro della Proloco di Grosseto, “per la sua operosità coronata da successo ma non disgiunta da una innata modestia. […] In una trentennale attività di fecondo divulgatore della storia, della geografia e dell'arte della nostra terra, Cavoli ha fatto conoscere in ogni angolo d’Italia le risorse culturali della Maremma”. Ancora di Tozzini, che fa parte del "Teatro Studio" di Mario Fraschetti e lavora nei laboratori teatrali nelle scuole della provincia di Grosseto e di Livorno, il divertente passo “Nun c’è posto pei «re» ne la repubblica di stroppia parole”, tratto da “L’inferno in Maremma” di Alfio Cavoli, e una poesia di Morbello Vergari, di cui ha recentemente interpretato la commedia “Li sposi di San Bisognino”. Mirco Mariottini, di Semproniano, talento riconosciuto del jazz di ricerca che collabora con i musicisti più importanti del panorama musicale italiano e internazionale, si è esibito in una improvvisazione jazz con il clarinetto, accompagnato al contrabbasso dal torinese Fiorenzo Bodrato, anch’egli compositore di musica jazz. Si è poi esibita sul palco Elena Guerrini, che opera per valorizzare la memoria della civiltà contadina riproponendone le usanze. Originaria di Manciano, laureata al D.A.M.S., attrice teatrale e cinematografica e regista, ha interpretato “L’Inferno in Bocca” un testo di Alfio Cavoli, opportunamente riadattato per il teatro. Hanno chiuso lo spettacolo Federico Magherini, Sarah Georg e Stefano Mongiat. Il trio ha proposto un brano tratto da “Tiburzi, la leggenda della Maremma” che, traendo spunto da scritti di Alfio Cavoli e dalle storie popolari, ripercorre la storia della vita del famoso bandito maremmano, da lui narrata in prima persona. La formazione fa parte dell’Associazione Castellinaria di Prato, impegnata in numerose attività a sfondo sociale. Toccante l’intervento di Romualdo Luzi, ceramista e storico del versante viterbese della Maremma, a lungo bibliotecario di Valentano, da decenni amico e collaboratore dello studioso mancianese, che parlando del vecchio amico Alfio “lo ha ricordato (citiamo ancora le parole di Daniela) com'era: il ricercatore, lo storico, lo scrittore che cercava e fiutava nelle biblioteche, nei libri, nelle righe di una pagina scritta, lo spunto per avviare un altro lavoro”. Luzi ha parlato della grande amicizia che lo legava ad Alfio Cavoli, sostenuta dai comuni interessi culturali e “ricambiata in un modo straordinario”, ma anche delle tante avventure culturali vissute fianco a fianco e delle loro fatiche di ricercatori appassionati di una terra, la terra della Maremma, che battevano palmo a palmo nella loro incessante attività, scontrandosi con una realtà spesso distante, fatta di persone che li compativano, più che comprenderli, e li consigliavano di lasciar perdere. In quello che facevano ci mettevano l’anima, ma “ci sembrava a volte di essere quasi delle mosche bianche”, ha ricordato con un filo di amarezza.
Pubblicato su Maremma Magazine
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