Maria Grazia Lenni…Poliziana di nascita, maremmana di… adorazione!

Sono giornalista pubblicista e mi occupo di ricerca storica con particolare interesse per la cultura e le tradizioni maremmane. Laureata in Scienze Politiche e in Storia Moderna, ho completato il corso quadriennale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose e proseguo gli studi teologici, pur lottando per non conseguire una laurea anche in questa disciplina. Comunicatrice ambientale dal 1998, ho partecipato alla pubblicazione di guide turistiche della provincia di Grosseto. Collaboro con il mensile Maremma Magazine, un periodico di informazioni turistiche e culturali, e dirigo Val d'Orcia Terra d’eccellenza, una rivista che si occupa di arte, cultura e benessere nella valle senese patrimonio dell’UNESCO. Ho curato i testi dell’opuscolo informativo - Un Ministero per l'Ambiente - del Ministero dell'Ambiente.

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Carnevale maremmano


 Si fa presto a dire carnevale! Questa parola infatti ha assunto nel tempo significati diversi, alcuni dei quali nettamente contrapposti tra loro e che, pur lasciando immutato il senso della parola “carne” attribuiscono valori differenti al secondo termine, indicando o un grande consumo di tale alimento o una particolare dedizione ai piaceri della carne o, nell’accezione cristiana, l’inizio della Quaresima, un periodo di penitenza, in cui la carne viene completamente esclusa dalle tavole. Al di là della sua derivazione etimologica, il Carnevale resta sempre un momento particolare, in cui chi lo desidera può prendersi qualche piccola libertà, fosse solo il cantare per le strade o il vestirsi in abiti bizzarri o lasciarsi andare a qualche burla, cose che durante l’anno sono inibite dalla serietà che richiede il proprio ruolo sociale. Del resto, si sa, a Carnevale ogni scherzo… si accetta! Oggi le “carnevalate” culminano in molti luoghi con la sfilata dei carri allegorici, pazientemente costruiti durante l’anno, che mostrano pubblicamente e in modo caricaturale i (molti) vizi e le (poche) virtù. In parecchi luoghi, compresi alcuni paesi della Maremma, sopravvivono antichi rituali, nei quali il “re Carnevale” viene simbolicamente bruciato, spesso non senza aver data pubblica lettura delle sue ultime volontà testamentarie, che guarda caso mettono alla berlina comportamenti non proprio specchiati di persone influenti e non della comunità. L’atteggiamento ironico e irriverente, esercitato soprattutto nei confronti delle persone “importanti”, è di chiara matrice pagana e risale ad antichi culti che prevedevano in quel periodo la costruzione di un mondo alla rovescia con un completo capovolgimento dei ruoli, così mentre i padroni servivano… i servi, lo sciocco del paese veniva incoronato re… degli stolti. Tutti si lasciavano andare agli eccessi più innominabili, inneggiando, con l’uso di una terminologia inequivocabilmente ammiccante, all’aspetto più materiale della vita e alla più licenziosa corporeità, facendosi beffe dei potenti e sfidando la morte con l’allegria. Questo gusto per lo sberleffo e per la battuta, anche estremamente greve, ha anch’esso origini lontanissime, e nel corso della storia i canti che accompagnavano le sfilate durante il carnevale hanno determinato la nascita di una vera e propria letteratura carnascialesca, cui anche personaggi di elevata statura intellettuale hanno dato il loro prezioso e raffinato contributo. Basti pensare alla “Canzona di Bacco”, la famosa ballata che Lorenzo il Magnifico compose nel 1490, e che tutti ricordiamo per quel suo “ritornello” che fa: “quant’è bella giovinezza / che si fugge tuttavia”…. e il lettore continui, se gli piace. Altro aspetto ineliminabile del carnevale è la maschera che, pur se l’abito non fa il monaco, resta comunque il modo più semplice e rapido per cambiare fisionomia e quindi… identità. E poi vogliamo mettere quanto è più divertente combinare guai senza farsi riconoscere? Il problema è che spesso questo innocente divertimento si trasformava in trasgressione e talmente alto era il rischio che qualcuno approfittasse dell’occasione per commettere scorrettezze o veri e propri reati, che fu necessario porre un freno, attraverso una normativa che, pur permettendo l’uso delle maschere, limitasse la loro funzione a scopi esclusivamente “giocosi”. In un documento del Prefetto della Provincia di Grosseto, datato 20 gennaio 1873, basato sulla Legge di Pubblica Sicurezza, veniva fatto divieto “di introdursi nelle case private, senza l’espresso consenso di chi le abita, di portare armi, bastoni, od altri strumenti atti ad offendere”, come era proibito oltraggiare con parole offensive o con travestimenti indecenti e lanciare razzi o altri oggetti pericolosi. Era chiaro, poi, che le persone mascherate “dovranno scuoprirsi il volto, e dare spiegazioni” in caso di richiesta da parte degli agenti di pubblica sicurezza. Al di là delle inevitabili cadute, il carnevale era anche un modo per creare un contatto tra le classi sociali, in un ambiente dove vigeva un severo isolamento tra le persone di diversa estrazione. A Grosseto, come in altre città, era molto attiva, nel XIX secolo, una “Società del Carnevale”, che organizzava in grande stile e con gran dispendio serate danzanti, sfilate e veglioni in maschera per bambini con un programma di iniziative popolari cui si dava ampia risonanza sulla stampa locale. I festeggiamenti culminavano l’ultima sera con il “Gran Veglione” a cui era abbinata una fiera di beneficenza a favore dell’Asilo Infantile. La serata conclusiva era così pubblicizzata sulle pagine di un giornale: “Grande illuminazione fantastica, addobbatura sfarzosamente elegante, galanterie gastronomiche d’ogni genere nel buffet”. Per quanto riguarda la durata della festa “le ore del ballo si protraggono finché i ballerini si possono reggere in gambe e fino a che le signore non si ricordano della cenere, che le aspetta…”. Non mancavano naturalmente polemiche e insoddisfazioni, e le cronache dell’epoca erano piene di commenti, talvolta zuccherosi, talaltra piuttosto acidi sulle toilettes delle signore e sugli ammiccamenti tra loro e i gentiluomini presenti, nonché sulle tresche che spesso nascevano tra un valzer e una mazurca. Non a caso spesso proprio dalle colonne di qualche periodico locale veniva rivolta una raccomandazione alle persone, perché non si lasciassero troppo andare a sregolatezze, che avrebbero presentato un conto salatissimo da pagare a festeggiamenti finiti. È piuttosto facile risalire alle marachelle commesse dai più, se si invitava a usare con parsimonia quel “po’ di spasso”, pur legittimo almeno una volta all’anno, per evitare “che a tanti padri di famiglia il carnevale non facesse in quaresima grattare la testa” e a comportarsi “ammodino” “eliminando ogni occasione di avere un amaro ricordo, o uno spinoso rimorso” nel giorno successivo. L’ammonimento è tanto più valido quando si pensi che anche nel carnevale valgono alla fine le stesse regole della vita quotidiana, “dovendosi ogni buon cittadino regolare non a seconda delle proprie idee, ma però secondo il potere”. Un’opinione che veniva contraddetta dalla realtà, perché proprio nei luoghi, come la Maremma, dove la vita era più stentata, dove più arduo era andare avanti ogni giorno combattendo contro ogni tipo di avversità, ci si lasciava trasportare più facilmente dall’atmosfera di festa, e il boccone amaro, continuamente ingoiato da chi non poteva esprimere il proprio dissenso nei confronti di una classe dirigente colpevole di gravi ingiustizie sociali, usciva fuori con più violenza e senza mediazioni: uno sfogo, una liberazione di energie, represse per tutto l’anno in nome di una sobrietà di costumi e di comportamento adeguata peraltro alla ben poco felice situazione economica e alla poca allegria di certe situazioni, che certo non invitavano troppo di sovente al sorriso. 

Pubblicato su Maremma Magazine
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