Maria Grazia Lenni…Poliziana di nascita, maremmana di… adorazione!

Sono giornalista pubblicista e mi occupo di ricerca storica con particolare interesse per la cultura e le tradizioni maremmane. Laureata in Scienze Politiche e in Storia Moderna, ho completato il corso quadriennale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose e proseguo gli studi teologici, pur lottando per non conseguire una laurea anche in questa disciplina. Comunicatrice ambientale dal 1998, ho partecipato alla pubblicazione di guide turistiche della provincia di Grosseto. Collaboro con il mensile Maremma Magazine, un periodico di informazioni turistiche e culturali, e dirigo Val d'Orcia Terra d’eccellenza, una rivista che si occupa di arte, cultura e benessere nella valle senese patrimonio dell’UNESCO. Ho curato i testi dell’opuscolo informativo - Un Ministero per l'Ambiente - del Ministero dell'Ambiente.

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L'acquedotto maremmano

Grosseto allagata, Grosseto assetata. Una delle tante contraddizioni della Maremma: terra di paludi, ricoperta da immense distese di acque ferme, sommersa periodicamente dalle dirompenti inondazioni dei fiumi, eppure arsa dalla siccità e perennemente assetata. Per molti secoli la Maremma ha dovuto combattere contro queste prove a cui la natura pareva si divertisse a sottoporla, lottando con forza e fatica fino a fare dei suoi contrasti una bandiera e il motivo primo del suo fascino. La sete atavica della Maremma era sentita come un grave problema e come una questione di vitale importanza già in tempi molto antichi, ma per secoli nessuno riuscì a trovare valide alternative a un sistema di approvvigionamento idrico estremamente primitivo e che con l’aumentare delle esigenze era ormai insostenibile e decisamente anacronistico. La raccolta dell’acqua, infatti, avveniva attraverso cisterne,  sia pubbliche che di privati cittadini, scavate nel terreno, nelle quali veniva convogliata l’acqua proveniente dai tetti e che veniva poi attinta per gli usi domestici. L’acqua contenuta nelle cisterne, però, non rispondeva certo ai criteri di potabilità prescritti per l’acqua da bere destinata all’uso umano, che dovrebbe essere non solo  “spoglia di materie organiche”, ma anche “limpida, leggiera, insipida, e condita di particolari sostanze minerali in quella giusta proporzione che la scienza insegna”. Al contrario era infettata dalle molte sostanze biologiche in decomposizione presenti nei tetti, e inoltre contaminata  dalle infiltrazioni di “acque putride” provenienti dal terreno…Non è difficile immaginare come il ristagno di queste acque e la mancanza di una accurata manutenzione e di una frequente detersione dei serbatoi mettesse a repentaglio l’igiene e la salute dei cittadini. L’acqua così raccolta, oltre a subire una grave alterazione della sua purezza, era anche insufficiente a soddisfare il fabbisogno della popolazione, specialmente d’estate, quando il livello delle cisterne era pericolosamente basso e la popolazione aumentava nei dintorni della città. Infatti, se è vero che la gran parte degli abitanti di Grosseto si allontanava nei mesi caldi per via dell’estatatura, è altrettanto vero che in molti periodi dell’anno e soprattutto nell’estate la Maremma veniva letteralmente invasa da diverse migliaia di lavoratori stagionali, per cui il consumo di acqua “potabile” aumentava in maniera vertiginosa, proprio nel momento in  cui la sua disponibilità toccava il minimo. La situazione intollerabile determinata dalla penuria d’acqua e dal suo scarso grado di igiene aveva spinto a costosi studi ed esperimenti e all’esplorazione di nuove sorgenti condotte anche a distanze notevoli dalla città, nel tentativo, per lungo tempo rimasto infruttuoso, di trovarne una che garantisse la quantità e la purezza necessarie all’uso dell’intera comunità.  Fu sul finire del XIX secolo che, sotto la guida di un’amministrazione comunale particolarmente audace, presieduta allora dal sindaco Benedetto Ponticelli, si avviò il lungo e lento processo che avrebbe portato alla costruzione dell’acquedotto. Il problema principale era di tipo finanziario: una volta individuate le sorgenti, sul monte Amiata, il grandioso progetto aveva bisogno di un investimento davvero cospicuo, per ottenere il quale fu necessario contrarre un mutuo di un milione e mezzo di lire, che venne accordato nel luglio 1888 dalla “Cassa Depositi e Prestiti” dello Stato. Negli anni 1892 e 1893, il Municipio, a capo del quale si era insediato intanto l’avvocato Giovanni Pizzetti,  si procedette alla espropriazione delle sorgenti stesse e dei terreni interessati al passaggio delle condutture e nel gennaio 1894 iniziarono i lavori di costruzione della grande opera pubblica. I lavori furono conclusi nel tempo record di due anni e la popolazione si accinse a salutare l’evento in pompa magna. Il comitato pro-Grosseto, prontamente costituito per festeggiare “la venuta delle acque” e per perorare la causa dell’abolizione dell’estatatura, fece le cose in grande, realizzando una programmazione così ricca di iniziative sportive e culturali da far impallidire gli organizzatori di eventi contemporanei: gare di velocipedisti, con l’intervento dei ciclisti del “Veloce Club Grosseto”, il  tiro al piccione e le corse di cavalli, sia al trotto che al galoppo; una fiera di vini e prodotti alimentari, che risultò “frequentatissima”; un concorso provinciale di bande musicali; una programmazione teatrale di tutto rispetto, con la messa scena, al Regio Teatro degli Industri, dei “Pagliacci” di Leoncavallo e  della “Carmen”di Bizet; e poi la tombola telegrafica, e i banchetti ufficiali. Gli spettacoli erano per lo più finalizzati alla raccolta di fondi per vari enti di pubblico interesse, come il Regio Spedale, l’Asilo infantile, l’orfanotrofio femminile. Il tutto vivacizzato da una “illuminazione fantastica”, da cui trasse beneficio anche il buon Canapone, a cui vennero donati “due magnifici gruppi di lampade di straordinario effetto”.

Tutta la città del resto fu addobbata con grande attenzione: manifesti artistici per la stagione teatrale, palchi elegantemente allestiti, le strade tappezzate da numerose bandiere tricolori. L’inaugurazione dell’acquedotto, svoltasi l’11 giugno 1896, avvenne alla presenza di alte personalità, tra cui il deputato Ettore Socci, che proprio in quel periodo lavorava alacremente per ottenere l’abolizione dell’estatatura in Maremma. Non mancarono polemiche e malcontenti, dovuti soprattutto all’eccessiva ufficialità data all’inaugurazione, che si sarebbe preferita più raccolta e intima, dando maggiore rilevanza al carattere popolare dell’iniziativa. Un’eccedenza di zelo da parte del comitato che a detta di alcuni finì per escludere il lato sentimentale della festa, mettendo in evidenza solo il suo carattere istituzionale. Molto criticata anche l’assenza di personaggi che avevano inizialmente accettato l’invito, come il re in persona, da cui giunse un telegramma in cui si diceva rammaricato di non potersi allontanare da Roma, e il Ministro dell’Interno Rudinì, anche lui indisponibile poiché , prendendo in prestito il famoso verso di Giusti, “in tutt’altre faccende affaccendato”. Più ancora, però, offese il mancato invito degli ex consiglieri che firmarono la “resurrezione” di Grosseto e che furono, semplicemente e “con ingegnoso oblio”, dimenticati. Malgrado le inevitabili scontentezze che oggi come allora accompagnano questo tipo di manifestazione, la condotta delle acque rappresentò per Grosseto un momento di crescita e un passo importante verso il traguardo di una completa rinascita civile e morale della città e della Maremma tutta. In attesa dell’altro, grande evento che di lì a un anno, con l’ottenimento dell’abolizione dell’estatatura, avrebbe portato di nuovo i grossetani a far festa per le strade imbandierate. 

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