Maria Grazia Lenni…Poliziana di nascita, maremmana di… adorazione!

Sono giornalista pubblicista e mi occupo di ricerca storica con particolare interesse per la cultura e le tradizioni maremmane. Laureata in Scienze Politiche e in Storia Moderna, ho completato il corso quadriennale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose e proseguo gli studi teologici, pur lottando per non conseguire una laurea anche in questa disciplina. Comunicatrice ambientale dal 1998, ho partecipato alla pubblicazione di guide turistiche della provincia di Grosseto. Collaboro con il mensile Maremma Magazine, un periodico di informazioni turistiche e culturali, e dirigo Val d'Orcia Terra d’eccellenza, una rivista che si occupa di arte, cultura e benessere nella valle senese patrimonio dell’UNESCO. Ho curato i testi dell’opuscolo informativo - Un Ministero per l'Ambiente - del Ministero dell'Ambiente.

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Genti diverse


 “…in genere il popolo di Maremma è composto di fuorusciti e banditi da altri paesi, di gente che ci cala dalla montagna per guadagnarsi il pane e di maremmani…”: ecco tratteggiate, con rapide e sapienti pennellate,  le linee essenziali che compongono il quadro demografico della provincia grossetana negli ultimi decenni del XVIII secolo.
La complessa eterogeneità della popolazione maremmana affonda le sue radici nella  spaventosa lacuna demografica creatasi nel corso dei secoli, quando una serie infinita di guerre ed epidemie devastanti determinarono lo spopolamento dei territori, trasformatisi gradualmente in estese paludi malariche. Un degrado che il malgoverno dei suoi reggenti, troppo concentrati nello sfruttamento delle risorse disponibili,  non riuscì a controllare e che finì per cronicizzare l’insano binomio mancanza di abitanti- malaria, in cui ognuno dei termini è causa e al tempo stesso conseguenza dell’altro. 
Per secoli la lotta tra la palude che avanzava senza sosta e la carenza di braccia abbastanza forti per contrastarla ha visto prevalere inesorabilmente la natura. Non che i governi non abbiano tentato di risolvere la questione, ma i problemi legati alla lacuna demografica erano decisamente complessi, troppo per gli “esperti” di allora: la malaria, il precario assetto idrogeologico, la mancanza di abitazioni, lo stesso latifondo, erano individuabili come fatti di per sé rilevanti, ma il nesso che li collegava alla perenne penuria di popolazione non era valutato nella giusta misura. Così i provvedimenti posti in atto per riportare la densità media di abitanti per chilometro quadrato della provincia grossetana a un livello compatibile con quello del resto d’Italia si rivelarono sempre insufficienti.
E non poteva essere che così, infatti le strategie escogitate per ripopolare la Maremma non erano delle più raffinate e si limitavano ad incoraggiare una massiccia immigrazione, talvolta addirittura imposta con trasferimenti coatti.
Né avrebbero potuto avere successo i maldestri esperimenti di colonizzazione delle zone maggiormente infestate dalla malaria, dove venivano inviate intere famiglie di contadini, con l’unica certezza di vederle decimate dal micidiale morbo.
Insomma le iniziative in favore della Maremma “per stabilirvi della popolazione e colonie sono stati tutti sforzi e spese inutili e non hanno servito che a fare morire della gente”.
Così accadde per i Mainotti, provenienti dal Peloponneso, che giunti nel grossetano nel XVII secolo, furono trasferiti dal granduca Ferdinando II dei Medici a Sovana: un’avventura iniziata e conclusasi nell’arco di meno di un secolo.
Né miglior sorte toccò ai numerosi coloni lorenesi inviati a Massa Marittima e Sorano un centinaio d’anni dopo, regnante l’imperatore Francesco: anche loro, come ammise il granduca Pietro Leopoldo,  “perirono tutti senza frutto veruno”.
Altri rimedi risultarono all’atto pratico più dannosi del male che dovevano curare, come il disperato provvedimento di Ferdinando I dei Medici che nel 1593 emanò il famigerato  motuproprio che invitava i delinquenti di ogni paese a recarsi in Maremma, con la garanzia dell’incolumità per qualsiasi delitto compiuto altrove: un’occasione succulenta, per i fuggiaschi,  di riappropriarsi del proprio destino; un atto inconsulto con conseguenze nefaste, facilmente immaginabili, per la popolazione locale. L’arrivo di ogni sorta di malfattori, praticamente intoccabili, finì infatti per degradare e compromettere ulteriormente un assetto sociale già piuttosto squilibrato.        
La drammatica mancanza di popolazione stabile nella provincia ebbe imponenti  ripercussioni anche nell’economia, dove si perpetuò una tradizione tipica di queste zone, ovvero il ricorso alla manodopera avventizia. Questo fenomeno, già affermatosi all’epoca delle prime, grandi bonifiche di Leopoldo II, con un consistente afflusso di operai specializzati dalle varie regioni italiane, si consolidò negli anni successivi, sostenuto  e facilitato dal sistema agricolo latifondista, che necessitava di una numerosa manovalanza stagionale. Il grossetano rimase così mèta obbligata di masse enormi di lavoratori che, all’inizio di ogni estate, si riversavano  nella pianura provenienti dalle zone collinari delle province circostanti, densamente popolate, e dalle altre zone interne della Toscana, nonché dal Lazio, dall’Emilia e dall’Abruzzo.
La situazione di queste persone si presentava estremamente disagevole, con tante ore di lavoro faticoso, scarsa retribuzione, alimentazione inappropriata e condizioni igieniche al limite della sopportabilità, vessati dai caporali e sottoposti a un rischio elevatissimo di contrarre le febbri. In più erano malvisti dai lavoratori locali, con i quali si stabiliva un rapporto di diffidenza che poteva esplodere da un momento all’altro in  scontro aperto. Molto più tranquilli i vergari e i pastori di montagna, che dedicandosi al loro lavoro con serietà,  “non danno noia a nessuno”, anche se il loro interesse di far pascolare dovunque le loro bestie, “anche nei terreni coltivati dei particolari”, contrastava nettamente con quello dei maremmani, che “desidererebbero di avere tutto loro… ed escludere i pastori ed i vergari”.
Ma paradossalmente è proprio dalla massa precaria e incolta, svincolata emotivamente da ogni legame, maltrattata e malpagata, costituita per lo più dal bracciantato agricolo, che sarebbero derivati i primi nuclei familiari, garantendo per il futuro il sistematico aumento di abitanti stabili.
Nei primi decenni del XX secolo le lotte contadine e l’occupazione delle terre incolte, il “decreto Visocchi”, l’appoderamento e la  bonifica integrale e in seguito la riforma fondiaria degli anni cinquanta, hanno portato in Maremma genti diverse per luogo di provenienza, ma accomunate dallo stesso desiderio di migliorare le proprie condizioni e di lavorare sodo per costruire il loro futuro.
Una moltitudine di uomini e donne che con la loro onesta laboriosità hanno contribuito a trasformare il volto di una terra che, da amaro luogo di punizione, è adesso mèta desiderabile per bellezza e vivibilità.
Nel corso dei secoli molte cose sono cambiate a partire dalla… Maremma, ma non la composizione dei suoi abitanti, che continuano a giungere da ogni luogo dell’Italia e del mondo globalizzato, che è ormai l’unico vero confine.
Grosseto, da parte sua,  è sempre la Kansas City descritta da Bianciardi mezzo secolo fa, e generosamente continua a rimanere  “aperta ai venti e ai forestieri”.

Pubblicato su Maremma Magazine
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