Maria Grazia Lenni…Poliziana di nascita, maremmana di… adorazione!

Sono giornalista pubblicista e mi occupo di ricerca storica con particolare interesse per la cultura e le tradizioni maremmane. Laureata in Scienze Politiche e in Storia Moderna, ho completato il corso quadriennale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose e proseguo gli studi teologici, pur lottando per non conseguire una laurea anche in questa disciplina. Comunicatrice ambientale dal 1998, ho partecipato alla pubblicazione di guide turistiche della provincia di Grosseto. Collaboro con il mensile Maremma Magazine, un periodico di informazioni turistiche e culturali, e dirigo Val d'Orcia Terra d’eccellenza, una rivista che si occupa di arte, cultura e benessere nella valle senese patrimonio dell’UNESCO. Ho curato i testi dell’opuscolo informativo - Un Ministero per l'Ambiente - del Ministero dell'Ambiente.

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“Tiburzi, il brigante”, una storia romanzata firmata Alfio Cavoli


Dopo una decina di lavori dedicati alla figura del celebre bandito Tiburzi e più in generale al fenomeno del brigantaggio nella Maremma dell’ottocento, Alfio Cavoli torna a trattare l’argomento e, su progetto editoriale di  “Stampa Alternativa”, pubblica il volume “Tiburzi, il brigante”, una storia romanzata del fuorilegge più famoso della Maremma tosco-laziale.
Il testo, molto interessante, è arricchito dai pregevoli disegni di  Carlo Chiostri, artista fiorentino vissuto negli anni a cavallo tra otto e novecento, autore di illustrazioni per bambini e non solo, il cui tocco elegante aggiunge solennità a tutta l’opera.
Si potrebbe obiettare che le migliaia di pagine scritte su  questo tema da Cavoli e da altri autori potevano già essere ritenute più che sufficienti per delle vicende ormai note a (quasi) tutti, ma… sorpresa! La storia non è più quella, o per meglio dire, è  “quella” storia, ma trattata in maniera affatto differente, osservando cose e persone da punti di vista inusuali, che forniscono un quadro le cui linee non combaciano esattamente con i tratti forniti dalla narrazione ufficiale.
Il lavoro di Cavoli, a differenza degli scritti di altri autori e anche delle sue stesse opere pubblicate in precedenza, legge il personaggio Tiburzi , la sua nascita, la sua vita, i suoi amori e, soprattutto, la sua morte secondo un’altra prospettiva, considerando aspetti che erano stati trascurati o sottovalutati, se non addirittura ignorati. Importantissima l’attività di ricerca svolta, che ha portato alla consultazione di nuovi documenti, rimasti nascosti per più di cento anni, e che conducono a conclusioni diverse da quelle che ci raccontano i rapporti delle autorità e  fin qui accettate dagli  studiosi.
Il ritratto che l’autore delinea è quello di un uomo che mantiene la sua dignità malgrado le origini povere e l’ambiente di disperante miseria in cui era nato e cresciuto, con un carattere forte e determinato, che non cedeva ai momenti di sconforto e non conosceva la rassegnazione; sensibile a suo modo, capace di grandi crudeltà e di improvvise quanto inaspettate tenerezze. Un individuo insofferente a tutte le ingiustizie imposte alla povera gente da sfruttatori senza scrupoli, deciso a non abbassare mai la testa di fronte a un qualunque padrone, né a piegare la schiena, fosse pure per procurarsi il pane.
Per questo suo spirito libero non accettò mai di lavorare la terra, che già aveva curvato la schiena di suo padre, ma preferì fare il buttero, per vivere all’aria aperta e, seppure con fatica, tenere la fronte e lo sguardo alti verso l’orizzonte.
Mai sottomesso, piuttosto assassino, piuttosto alla macchia per tutta la vita, piuttosto morto, per non finire nelle mani di coloro che lo braccavano.
Il suo carattere, la sua caparbietà, la sua tenacia, ma anche la sua affidabilità nel mantenere la parola data e onorare gli impegni assunti gli guadagnarono il rispetto dei molti proprietari terrieri che, dopotutto, taglieggiava, ma che ormai si fidavano di lui più di quanto si fossero mai fidati delle forze dell’ordine.
E se è vero che ufficialmente si dichiaravano vittime della tracotanza dei fuorilegge e giustificavano le ripetute elargizioni di denaro ai banditi, definite con il delicato eufemismo di “paghette”, con il tentativo di salvaguardare sé stessi e i propri congiunti dalle aperte minacce, sotto sotto si insinuava in loro la sottile convinzione che tutto sommato i briganti svolgessero un’opera benedetta, limitando i danni che avrebbero di sicuro causato le frequenti scorrerie di malfattori “esterni” che girovagavano su quelle terre tormentate.
Di fatto furono in molti a vedere in Tiburzi, come nei suoi “colleghi”, i veri protettori dei raccolti e degli animali, esposti gli uni e gli altri ad ogni sorta di angheria, e in cuor loro preferivano versare i tributi ai banditi, piuttosto che all’erario governativo, che li tartassava con prelievi fiscali di ogni sorta senza fornire in cambio la tutela che si aspettavano.
Ma quando lo stato decise di passare al contrattacco per sferrare un colpo esemplare al banditismo e ai suoi sostenitori, lo fece senza risparmio di energie e con uno spiegamento di forze mai visto. Fioccarono arresti e molti  “signori” e moltissimi poveracci subirono gli impertinenti interrogatori nel processo che venne allestito nel 1893 e che è poi passato alla storia come il “processone di Viterbo”.
Ma la gente non fu affatto contenta e si parlò, a proposito, di tempo e soldi ancora una volta spesi male.
Perché in fondo alla gente comune piacevano questi uomini tutti d’un pezzo, prepotenti con i prepotenti, premurosi con coloro che si trovavano in stato di necessità, e quest’ultimi erano in netta maggioranza.
Agli occhi di coloro che chinavano la testa e andavano avanti come potevano questi “giustizieri” apparivano come eroi senza paura,  che vendicavano i torti quotidianamente subiti.
Ma non tutti la pensavano così. Accanto a quelli che a vario titolo possono essere considerati favoreggiatori, si annidavano numerose le spie, persone prive di scrupoli morali che abbagliate da un compenso, a volte a dire il vero piuttosto corposo, non esitavano a vendere i loro “amici”, quando non provvedevano direttamente alla loro eliminazione fisica.
I briganti, dunque, amati e odiati come tutti coloro che, nel bene o nel male, si distinguono per qualcosa di particolare. E Tiburzi tra loro. Il capo dei briganti, il più temuto, il più ricercato, il più offeso, il più tradito.
E quando ormai stanco e anziano, malato di quella famosa malattia di cui la Maremma è diventata simbolo, che continuava a spossarlo ancora più degli stravizi della sua vita da fuggiasco, gli balenò davanti agli occhi la possibilità di subire l’onta dell’arresto, si ribellò come aveva sempre fatto e rifiutando di cedere a un destino apparentemente ineluttabile, pose fine da solo alla sua storia e alla sua vita.
E questa è la parte davvero rivoluzionaria di questo libro, che ribalta completamente tutte le certezze solo apparentemente acquisite e tramandate. Tra vero e verosimile Alfio Cavoli ci conduce nel mondo intricato e complesso delle foreste e in quello ancora più inestricabile dell’animo umano, tra solidarietà e spietatezza, con uno stile narrativo sempre sostenuto ed efficace.
Centocinquanta pagine da scorrere tutte d’un fiato, affascinante come una storia, bello come un romanzo. Leggere per credere.

Pubblicato su Maremma Magazine
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