Maria Grazia Lenni…Poliziana di nascita, maremmana di… adorazione!

Sono giornalista pubblicista e mi occupo di ricerca storica con particolare interesse per la cultura e le tradizioni maremmane. Laureata in Scienze Politiche e in Storia Moderna, ho completato il corso quadriennale dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose e proseguo gli studi teologici, pur lottando per non conseguire una laurea anche in questa disciplina. Comunicatrice ambientale dal 1998, ho partecipato alla pubblicazione di guide turistiche della provincia di Grosseto. Collaboro con il mensile Maremma Magazine, un periodico di informazioni turistiche e culturali, e dirigo Val d'Orcia Terra d’eccellenza, una rivista che si occupa di arte, cultura e benessere nella valle senese patrimonio dell’UNESCO. Ho curato i testi dell’opuscolo informativo - Un Ministero per l'Ambiente - del Ministero dell'Ambiente.

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Tra… “Oro e veleno”, un Claudi Amerighi che non ti aspetti


L’immagine voluta da Claudio Amerighi per illustrare la sua personale, allestita al Museo Archeologico e d’Arte della Maremma, a Grosseto, dal 12 al 19 novembre, è quella di un misterioso cofanetto, offerto dalla “regina cattiva” di Biancaneve.
Svelarne il prezioso contenuto è una sfida, una promessa da mantenere.
Tutta la “Magherìa” di Claudio Amerighi, racchiusa nello scrigno, si svela poco a poco nelle sale del museo: una piacevolissima sorpresa, perché la mostra dell’artista grossetano rivela una fase nuova della sua vita, che sfocia nella ricerca di spunti emotivi capaci di far riposare gli occhi e l’anima, di sensazioni trasportate da un soffio di vento tiepido dopo tante, violente tempeste.
La scelta delle opere esposte segue un criterio meramente estetico, legato a questa fase più solare e positiva, che si riflette sulle tele.
E’ così che, dopo aver mostrato la parte oscura di  Mister Hyde, ora lascia emergere il lato più mite del dottor Jekyll, portatore di una sensibilità che, stemperata da una ritrovata leggerezza, accompagna un desiderio di quiete che si annida nel profondo.
Basta con i contorcimenti di corpi tormentati e feriti, basta con i volti deformati da  dolore devastante, ora c’è bisogno di cose che fanno bene al cuore.
Così spuntano qua e là soggetti inconsueti per il pittore: un timido micino, una cascata di succosi grappoli d’uva, con chicchi che sembrano perle, o la schiena sinuosa di una dolcissima geisha.
La mostra è stata preceduta dal libro dedicato al pittore, “Oro e veleno” di Mario Filabozzi, pubblicato da Innocenti e presentato al Teatro degli Industri a fine ottobre. Una biografia con interessanti annotazioni sul percorso di vita e d’arte di Amerighi, ma anche una sorta di catalogo, impreziosito da un notevole corredo di foto e di riproduzioni delle opere dell’artista, che contiene tutto l’oro e… il veleno che ci si aspetta di trovare.
Seguendo un andamento cronologico si parte dall’infanzia e dalla prima adolescenza di Claudio, caratterizzate già da un mondo a colori, che mal si accordava con gli obblighi della scuola, nei confronti della quale si poneva con una certa svagatezza, con l’atteggiamento insofferente di chi sente che un’aula è troppo stretta per contenere un’immensa sete di vedere, conoscere e sperimentare, al di là degli steccati.
Poi, ancora ragazzino, i primi riconoscimenti ufficiali e, nell’arco di pochi anni, le prime mostre. Già nelle esposizioni giovanili si intravedeva, neppure tanto nascostamente, che quei dipinti celavano ben più di una, seppur precoce, padronanza delle tecniche pittoriche, manifestando un carattere già ben delineato, una personalità forte e accentratrice, una consapevolezza di sé così prepotente da “esplodere” sulla tela.
“Oro e veleno” è anche uno spaccato di storia sociale della città, osservata senza filtri e senza ipocrisie e anzi con la spietatezza propria dei bambini e delle anime libere, che non coprono con veli pietosi la nuda realtà, ma la accettano e la raccontano così come si presenta.
Con giusto un filo di compiacimento nello scoprire gli altarini di una classe sociale considerata “alta”, ma con le bassezze che, per fortuna o purtroppo, colpiscono ogni essere umano.
Alla sua analisi spregiudicata non sfugge il rapporto che per anni lo ha legato a una  cerchia di “cortigiani”. È con una certa soddisfazione che ricorda come lui, personaggio scomodo e a suo modo scandaloso, finisce per essere avvicinato, seguito, adulato da persone ansiose di placare la loro infinita sete di vanità e disposte per questo a umiliare la loro dignità pur di entrare, e restare, nelle grazie del “principe”, perché faceva tendenza essere amici dell’artista. Anche se è lampante che l’amicizia non entrava nel gioco.
Con altrettanta lucidità è trattato il periodo romano del pittore, vissuto “pericolosamente” tra scorribande ed eccessi, incontri ravvicinati con figure maestose della cultura e dello spettacolo, nel delirio di onnipotenza di un mondo dove qualunque cosa appariva “normale”, e tutto sembrava possibile o, peggio, dovuto. Un ambiente da cui inevitabilmente sente il prepotente bisogno di fuggire per tornare a casa. Un ritorno alle origini, come l’elefantino, il soggetto del suo primo dipinto, che risale la corrente del fiume, con lentezza e fatica, ma anche con la convinzione che quella è la via giusta per raggiungere una mèta, che non è dato sapere quale sia, perché la vita, come l’arte, è un mistero insondabile e il percorso da seguire va deciso volta per volta. Andare avanti è ciò che conta anche se per farlo, a volte. è necessario tornare sui propri passi e magari nella propria piccola città.
Allora Grosseto diventa un rifugio, ma anche una vasca di decantazione per le forti emozioni, che hanno bisogno di essere assimilate, prima di lasciarle fluire in quello spazio fantastico dove realtà e sogno si confondono in un gioco straordinario.
È così che le immagini nascono e si formano già perfette nella mente, durante la notte, mentre il giorno dà la giusta luce e l’energia per trasformarle in opere d’arte.
E il colore non è frutto di una accorta scelta di sfumature e tonalità, non è mediato dallo sguardo, ma è un fatto istintivo, come se un filo invisibile collegasse la mente e la mano del pittore.
Questa sorta di ispirazione superiore è la stessa che dà l’impulso per eseguire quei ritratti che Amerighi dedica solo a pochi eletti, complice un profumo, una suggestione, un abbandono: il ritratto come generosa e totale offerta di sé ed estremo atto d’amore.
C’è da  mettere in gioco tutto sé stesso, un rischio a cui Amerighi non si sottrae,
perché l’arte si nutre della vita e l’artista, alla fine, è anche un mezzo per esprimere un dono particolare, che è difficile spiegare, ma che il pittore sente come dono divino. Certo, questo non facilita il suo rapporto con la religiosità “ufficiale” per la quale continua a nutrire amore e odio, combattuto tra un prepotente desiderio di credere a un ente supremo e il disagio e lo smarrimento provocati dall’interiorizzazione di un’iconografia sacra per niente accattivante, che ha condizionato negativamente il suo senso religioso, seppure nell’intima convinzione che il privilegio ricevuto è così grande, unico e in qualche modo “immeritato”, da non poter essere che un dono di Dio.
Ora che lo scrigno è stato aperto e il contenuto si è mostrato in tutto il suo splendore, possiamo vedere che quello che luccica lì dentro è tutto oro. Promessa mantenuta.

Pubblicato su Maremma Magazine
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